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Lo stato plurinazionale visto da Belem

segunda-feira 2 de fevereiro de 2009, por Marica Di Pierri, A Sud ,

Foto: Gastão Guedes/Ciranda

Una delle novità rappresentate dal Forum Sociale Mondiale 2009 è stata senz’altro la centralità assunta dal movimento indigeno, dalle sue lotte, proposte e visioni. Tra i protagonisti dei processi sociali che hanno portato nell’ultimo decennio a profondi cambiamenti politici in America latina, i popoli indigeni sono portatori di proposte innovative, declinate su un paradigma di sviluppo e relazione con l’ambiente del tutto diverse da quello dominante.

Tra di esse alcune hanno trovato spazio nelle nuove carte costituzionali approvate in Ecuador e in Bolivia, come ad esempio la definizione di tali paesi come Stati Plurinazionali, concetto che implica il pieno riconoscimento delle diversità culturali ed etniche, scardinando la concezione rigida dello stato nazione.
Proprio al concetto di Stato plurinazionale come modalità di superamento della crisi di civilizzazione è stato dedicato uno dei principali panel del Forum, promosso dalla Coordinamento Andino di Organizzazioni Indigene, assieme ai movimenti indigeni dei cinque continenti.

Al panel, tenutosi nell’affollato tendone per i diritti collettivi dei popoli, hanno preso parte leader indigeni, rappresentanti di movimenti sociali e intellettuali. Sul lungo tavolo predisposto sotto la bandiera dei popoli senza Stato Boaventura de Sousa Santos, Luis Evelis Andrade Casama [presidente del Fondo Indigeno], Giuseppe De Marzo dell’Associazione A Sud e rappresentanti dei popoli maya, mapuche, del movimento di donne MarcoSur e della conferenza Circumpolare Inuit e dei paesi baschi.

La domanda a cui il dibattito ha tentato di dare risposta è come arrivare a definire forme di organizzazione collettiva che superino lo stato centralista, nato per garantire i diritti dei popoli ma spesso costituitosi senza una reale partecipazione di quegli stessi popoli.
«Si parla spesso di cultura nazionale, di identità nazionale, di società civile nazionale - ha detto Luis Evelis Andrade - Disconoscendo le diversità, la pluriculturalità, le varie anime e culture che convivono ad esempio in Colombia. È per superare questo limite che abbiamo bisogno di ripensare alla forma di stato e di governo, come sta accadendo ad esempio in Bolivia».

In America latina il concetto di stato plurinazionale è stato al centro dei dibattiti delle assemblee costituenti ma anche dei movimenti, che ne hanno fatto una bandiera di rivendicazione. In Europa tuttavia la situazione è diversa e le priorità altre, come spiega Giuseppe De Marzo: «La crisi attuale non è solo economica, finanziaria, ambientale, sociale e alimentare. È soprattutto una crisi di democrazia, uno svuotamento dello Stato che invece di tutelare i diritti dei popoli viene utilizzato per gli interessi economici dei grandi capitali. Siamo convinti che se in America latina come in altre regioni del mondo il dibattito sullo Stato plurinazionale è centrale nel processo di cambiamento che i movimenti sociali stanno portando avanti, in Europa la battaglia è invece per ricostruire gli spazi pubblici attraverso i quali recuperare quel sentire comune e quel fare comunitario senza il quale la democrazia rimane solo un contenitore vuoto».

A Boaventura de Sousa Santos il compito di tirare le «conclusioni» del dibattito che è stato molto partecipato ed ha visto i partecipanti intervenire a turno ponendo questioni, sottolineando problematiche e avanzando proposte. «Esistono ormai tre forme d democrazia: rappresentativa, partecipativa e comunitaria. Quest’ultima si basa su meccanismi nuovi, che vanno verso l’inclusione anziché l’esclusione e puntano a ricostruire una democrazia reale che finalmente garantisca le differenze.

Nel 1537 il papa Paolo III riconobbe per la prima volta che gli indigeni hanno un’anima. Ciononostante ci sono voluti altri 500 anni per vedere un presidente indigeno al potere, come Evo Morales in Bolivia. Sono processi senz’altro lunghi e le costituzioni approvate sono un passo fondamentale, ma non illudiamoci che sia l’ultimo passo. È forse invece il primo passo davvero importante, nel lungo cammino che ci attende verso la costruzione di forme di convivenza e di governo nuove che riconoscano le diversità e garantiscano i diritti dei popoli piuttosto che dei colossi economici».


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